Per una Tv più inclusiva

Proposta di regolamento interno Rai per la parità di genere nei talk show

incontro dell’11 febbraio 2016

La televisione non rappresenta il Paese reale, instaurando un circolo vizioso che porta la realtà ad assomigliare alla finzione, e non viceversa. Questo il punto di partenza della discussione sulla proposta della sezione Donne e Lavoro in collaborazione con l’Osservatorio PariMerito di un regolamento interno Rai per una tv più inclusiva.

12622566_1097552000284720_702849897621697523_o (1)Se n’è parlato l’11 febbraio 2016 al circolo Pd in via dei Giubbonari, al centro i dati sui talk show in onda sui canali Rai, che vedono tutti una presenza di donne che si attesta al massimo intorno al 25-26%, con picchi al ribasso.

Una battaglia che va di pari passo con quella per le unioni civili, ha fatto notare Rita Borioni. Consigliere d’amministrazione Rai. Si tratta di lotte per diritti e uguaglianza, che le donne hanno faticosamente conquistato negli ultimi decenni; non dimentichiamo che nel 2016 ricorre il 70esimo anniversario del voto alle donne in Italia.

Analizzando in parallelo i dati dell’osservatorio PariMerito relativi al 2015 e quelli dell’Osservatorio di Pavia sul biennio 2012-2013 emerge una quasi sostanziale sovrapponibilità. Il rapporto donne-uomini è 26-74, con un divario che aumenta quando il ruolo da ricoprire è quello di esperto/opinionista, mentre le donne sopravanzano gli uomini quando si tratta di raccontare le vittime, con un rapporto che si ribalta e va a 3:1.

All’interno della Rai le indicazioni per un maggiore equilibrio di genere già esistono, ha sottolineato Rita Borioni, ma non sono vincolanti.

Quale quindi la strada da percorrere?

Il regolamento interno è un’ottima via da percorrere, ma bisogna fare in modo che non sia una sterile imposizione, bensì che porti con sé vantaggi e azioni

propositive. Una via è sicuramente quella di responsabilizzare, senza sanzionare. Rendere la parità un obiettivo aspirazionale, chiedendo alle trasmissioni di rendere pubblici gli elenchi degli ospiti e le tematiche per cui sono stati chiamati. Elenchi accessibili a spettatori e sponsor, che possono dare così il loro feedback in termini di share e di introiti pubblicitari.

Se poi si parla di programmi interamente brandizzati – cioè realizzati lavorando insieme allo sponsor – arrivati da pochissimo nella nostra tv di stato, la sintonia con lo stakeholder esterno è ancora più importante: chi vorrebbe mettere la faccia e il nome in un programma che viola palesemente la parità?

Oltre a un lavoro dall’alto, agendo quindi su regolamenti e vertici, è necessario cambiare anche il modello talk show – che penalizza gli interlocutori riflessivi a favore degli “strilloni” – e agire sulla stereotipizzazione che propone le donne come modello di riferimento solo quando incarnano un ideale di bellezza/successo facile. Un problema culturale, che coinvolge in prima persona le donne stesse, portatrici di riserve e stereotipi contro il loro stesso genere.

Le quote, è vero, sono un terreno minato. Una forzatura che però si rivela importante per scardinare status quo cristallizzati. Lo scopo dell’iniziativa congiunta… non è dunque, e va ripetuto, quello di “favorire le donne”, ma di far sì che in questo ambito si arrivi al punto di non dover più pensare se chiamare uomini o donne, ma semplicemente persone preparate e che possono dare un apporto significativo, portando la società in modo positivo a traino della televisione, e non alimentando invece, tramite questa, stereotipi e schemi che affossano i tentativi del paese reale di progredire realmente.