Mamme e lavoro. La parola di un pediatra

Ospitiamo oggi qui su PariMerito il racconto di un pediatra, la sua risposta alle ansie delle madri lavoratrici. Lui si chiama Tommaso Montini, pediatra di famiglia di Napoli, sposato da 30 anni e padre di tre figli. Tra le sue pubblicazioni: Meno male che ci sono i bambini!, ed. L’isola dei ragazzi 2004; Me lo dici in bambinese?, ed. Paoline 2009; 4 chiacchiere col pediatra, ed. Franco Angeli 2014.

daughter copy mother working on laptop

«Mi ha scritto una giovane mamma che lavora.

Caro Dott. Montini, ho 32 anni, sono felicemente sposata, sono una professionista, ed ho una splendida bimba di 16 mesi. Scrivo per dirle che purtroppo/per fortuna lavoro molto e con successo. Il lavoro però mi devasta. Il pensiero di lasciare la mia piccola mi fa stringere il cuore e non mi vergogno a dirlo: ancora oggi piango mentre mi allontano da casa. Dopo 16 mesi sto male quando devo andare a lavoro! La bambina resta con i miei genitori, che per fortuna sono in pensione, mentre mio marito non può garantirmi la sua presenza perché anche lui ha turni di lavoro. Quando torno, certe volte dopo orari assurdi, non riposo nemmeno un’ora, recupero tutto il tempo perso con lei… Mi avvinghio alle ore che posso trascorrere con la mia bimba in maniera incredibile, tanto che non mi concedo mai tempo per me: estetista, parrucchiere, amiche…. sono solo vecchi ricordi! La mia bambina è davvero molto legata a me, è tenera, giocherellona e molto sveglia, ama stare attaccata a me ogni volta che sono a casa.
Le chiedo: può incidere il mio lavoro sul nostro rapporto? Cosa devo pensare per smettere di piangere ogni volta che la lascio a casa? Vorrei vivermela ancora di più… Ma con il lavoro che faccio è impossibile. La prego mi aiuti, anche un suo semplice parere potrebbe aiutarmi molto…
Grazie infinite e… auguri di buon anno!

Cara signora mamma molto lavoratrice mi dice tutte cose bellissime e le faccio i complimenti!
Poche ragazze a 32 anni hanno un lavoro di successo, sono felicemente sposate e hanno pure una splendida bimba di 16 mesi! Sono ammirato: bravissima! Come tutte le mamme brave che lavorano lei ha la sindrome del “come sono cattiva che lascio mia figlia!” e dopo una giornata massacrante dove ha dato veramente tutto quello che poteva delle sue energie si dice “Che razza di mamma sono!” “Dovrei lasciare tutto per lei e invece non ho il coraggio di farlo!” e altre amenità simili. Allora, le dico forte e chiaro: coraggio! Lei sta facendo la cosa migliore possibile per lei, per la sua famiglia e per la sua bambina!
Punto! A 16 mesi la sua bambina vive nel qui e nell’ora. Il tempo non esiste.
Un’ora è come un giorno.
Quello che si scrive nella sua testolina in modo indelebile è la qualità del tempo! Non la durata.
La qualità della comunicazione emotiva, l’esperienza di sentirsi accolti ed amati sempre! Quando torna dal lavoro e abbraccia la sua bambina sorridendo, lei cancella con un solo gesto tutto quello che è successo in una intera giornata!
La bambina ricorderà quell’abbraccio come “cosa successa” quel giorno e sarà felice di sentire la sua mamma morbida e calda che c’è, forte, nel suo cuore e intorno a lei! Un bambino che giace davanti ad una televisione mentre la sua mamma, in casa, ha “da fare” intere giornate, è più solo della sua bambina che vive con i nonni in un ambiente caldo e affettuoso (i nonni hanno delle specializzazioni speciali in questo!) gioca con loro e ritrova la sua mamma sorridente e dolce la sera! La cosa si complica un pochino se la mamma che si sente “brutta, cattiva e snaturata”, se torna con un terribile complesso di colpa e aggiunge alla stanchezza del lavoro una serie di comportamenti compensatori “strani”.
Per dimostrare a sè stessa che “un poco di istinto materno ce l’ha” e alla bambina che “anche se lavora la ama”, questa mamma può diventare “troppo sorridente” “troppo affettuosa” troppo “che si vincono pure i capricci” ecc…
Insomma, non è lei!

“Piccina dimmi: come va la tua mamma?”
“Bene! E’ bella, buona e brava, però da un po’ di tempo… è un pochino “strana”. Sembra “scema” quando mi sorride e… quando mi abbraccia stringe un pochino troppo…”
“Come mai?” “Boh!”

Intervista immaginaria che potrebbe essere proprio cosi. Il lavoro di una donna è una ricchezza. (Non economica, purtroppo, nella grande maggioranza dei casi!). Lo è per la donna e per tutti. Ok è vero che la mamma è unica e che con l’abbraccio di una mamma il cielo cambia colore, ma è anche vero che le donne hanno una marcia in più e riescono a fare cose straordinarie su più fronti!
Solo loro ci riescono. Una donna che lavora soffre di più, è vero, ma indipendentemente dal guadagno economico il lavoro le dà sicurezza e soddisfazione. “Ma che gliene importa ai bambini di queste cose!” “Stai dicendo tutte sciocchezze!” “La mamma deve stare con loro e basta!” “Davvero?” E allora io dico che invece ai bambini gliene importa! E pure molto!
“Gliene importa” perché una mamma felice e soddisfatta, sicura di sè e consapevole delle sue potenzialità, ha un volto disteso, un sorriso più bello, un serenità diversa…

“Deve” stare con loro?” Certo!
Ma quando “le piace” stare con loro (non “deve”), serena e contenta di aver fatto tante cose buone nella sua giornata, sorride di più, meglio, si arrabbia forse meno…Ok è stanca, ma se è serena è la migliore mamma possibile!

Naturalmente poi… La famiglia è una squadra!
Una mamma serena ha un marito bravo. Una mamma che lavora può essere serena e felice se c’è un papà che la ama e sa tirarsi su le maniche per aiutarla!
Non sa cucinare fare i piatti o stirare? Non è importante che lo faccia bene. Ci provi!
Alla mamma basta questo (e poi glielo insegnerà pure!)

Coraggio dunque!
Tutti al lavoro!

E questa sera… cuscinate sul letto tutti insieme»

Dott. Tommaso Montini