Diplomazia, non è un lavoro per donne

 

A general view shows US Secretary of State John Kerry (4th L, seated), French Foreign Minister Laurent Fabius (4th R) and other leaders at the start of the ministerial meeting on Syria at the Quai d'Orsay, Ministry of Foreign Affairs, in Paris on December 14, 2015. / AFP / POOL / MANDEL NGAN        (Photo credit should read MANDEL NGAN/AFP/Getty Images)

A general view shows US Secretary of State John Kerry (4th L, seated), French Foreign Minister Laurent Fabius (4th R) and other leaders at the start of the ministerial meeting on Syria at the Quai d’Orsay, Ministry of Foreign Affairs, in Paris on December 14, 2015. / AFP / POOL / MANDEL NGAN (Photo credit should read MANDEL NGAN/AFP/Getty Images)

Nell’immagine che vedete si nota una grande assenza: quella della diversità. Al tavolo delle discussioni (e delle decisioni) non è seduta nemmeno una donna.

La fotografia (ripresa dal NY Times) ritrae il vertice sulla Siria che si è tenuto nei giorni scorsi a Parigi. I ministri degli Esteri degli Stati partecipanti sono tutti, inesorabilmente, uomini. Sono situazioni, queste, in cui si parla di pace ed entra in gioco la diplomazia. Sono in ballo diritti umani da difendere e nazioni da ricostruire. E tavoli così strutturati tendono spesso a portare avanti una linea di pensiero e condotta che si gioverebbe molto dell’arricchimento di una “diplomazia al femminile”, ancora così poco diffusa.

Questo perché, come continuiamo a sostenere, la diversity (di genere prima di tutto, ma non solo), porta ricchezza. Porta nuovi punti di vista, differenti sensibili

tà, approcci al problem solving innovativi.

La diplomazia “quotidiana” è da sempre definita territorio femminile. Forse è il momento che le donne inizino a fare la differenza anche in quella internazionale, dove è in ballo il destino non solo di paesi lontani ma, come dimostrano sempre più i fatti recenti, anche la nostra sicurezza.