03/09/2007 23.25.00Voci di donne tra Teheran e New York: Dalia Sofer con The September of Shiraz
Al suo esordio letterario con “The September of Shiraz”, romanzo autobiografico ambientato a Teheran e pubblicato quest’anno, Dalia Sofer si è unita alla schiera di scrittrici iraniano-americane che nella contaminazione letteraria tra vissuto privato e fantasia hanno condensato la propria difficile condizione di donne dall’identità pluriversa. L’Iran rivoluzionario dove è nata nel 1972, la famiglia ebrea con cui è stata costretta ad abbandonare Teheran a undici anni, l’educazione a New York, al Lycée Français dove scoprì Moliere... Aver attraversato da donna ebrea sradicata i confini di culture diverse ed essere riuscita a farcela in un paese lontano dal suo è, per questa nuova scrittrice, lo stimolo principale a raccontare, come prima di lei hanno fatto Azadeh Moaveni, e Azar Nafisi, con il suo “Leggere ‘Lolita a Teheran” del 2003. In un’intervista rilasciata al New York Times e pubblicata il 26 agosto scorso, la Sofer riflette proprio sui temi della propria cultura d’origine, sui tratti compositi del suo ‘volto’ di donna, e sulla scrittura come strumento di emancipazione: “il Farsi – afferma – è una lingua sfuggente ed elusiva. Scrivere, per noi donne di origine iraniana, significa rompere questo silenzio discreto, rifiutare l’idea del taarof...”. Vi ripropongo di seguito alcuni tra i passaggi più significativi della conversazione tra Dalia Sofer e la giornalista Deborah Solomon:
Il tuo primo romanzo, “The Septembers of Shiraz”, si è rivelato un successo, sia perchè coglie in maniera così vivida il mondo velato dell’Iran post-rivoluzionario, sia perchè descrive il destino ingiusto di Isaac Amin, un commerciante ebreo di gemme rare che finisce in carcere. Il romanzo è interamente autobiografico? Si basa essenzialmente sulle mie esperienze famigliari. Quando avevo otto anni, mio padre venne arrestato con l’accusa di essere una spia sionista. Non sapevamo dove fosse, mia madre andava in giro a cercarlo. Poi finalmente, un mese dopo, venne rilasciato.
Le Guardie Rivoluzionarie che lo arrestarono sono proprio in questi giorni al centro della cronaca. Il Presidente Bush vorrebbe etichettarle ufficialmente come terroristi. Lo stesso Presidente Ahmadinejad iniziò la sua carriera come una delle Guardie, non è vero? Sì, è così pericoloso, eppure nelle foto ha la parvenza di un professore. Alcuni dei nostri vicini, nella nostra ultima abitazione a Teheran, erano Guardie Rivoluzionarie. Li vedevamo tornare a casa, con televisioni e stereo che avevano sequestrato dalle case di altra gente.
Com’è stato crescere da ebrea in un paese musulmano? Ogni mattina, prima dell’inizio delle lezioni, l’intera scuola si riuniva nel cortile e cantava inni rivoluzionari. Subito dopo si urlava: “Marg bar America! Marg bar Israele! A morte l’America! A morte Israele!”.
La tua scuola sapeva ufficialmente che tu eri ebrea? Sì, ma in Iran vedono l’ebraismo e il sionismo come entità differenti. Possono essere tolleranti verso un’altra religione, ma Israele per loro è il sionismo, e quindi è male. Come sono soliti ripetere, il grande Satana è l’America, il piccolo Satana è Israele.
Avevi solo 11 anni quando sei arrivata a New York in esilio. Dove hai studiato? Ho studiato al Lycée Français, dove ho imparato ad amare Moliere con tutto il mio cuore. Poi ho frequentato la New York University, dove mi sono laureata in letteratura francese e scrittura creativa. Infine, ho frequentato la Sarah Laurence, dove ho conseguito una specializzazione in fiction.
Hai conosciuto personalmente le altre scrittrici iraniano-americane che hanno recentemente pubblicato racconti di memorie, come Azadeh Moaveni (“Lipstick Jihad”) o Azar Nafisi (“Leggere ‘Lolita’ a Teheran”)? Sembra che le donne di origine iraniana vedano la scrittura di memoria come uno strumento di protesta contro una società che richiede loro di starsene in silenzio. Forse... Anche il Farsi, come lingua, è elusiva e indiretta. C’è questa idea del taarof, della comunicazione cifrata, per codici che devono essere recepiti in modo discreto. Per esempio, se sono venuta a farti visita a casa e dico “Si sta facendo tardi, devo andare”, tu potresti rispondermi “No, dai, resta”, e io devo capire che in realtà vuoi che io vada.
Ti piacerebbe tornare in Iran? Nel profondo del mio cuore, è un desiderio molto forte. Ma mi piace New York, non sono irriconoscente per quello che questa città mi ha dato.